Il Gioco Corto
Dove si costruiscono i punteggi
Chi ha trascorso del tempo sul campo di allenamento conosce bene la soddisfazione di un drive lungo e preciso. Eppure le statistiche del golf professionistico raccontano una storia diversa: la percentuale di salvataggio da attorno al green, la media di putt per green raggiunto in regolamento e la distanza media dai 100 yard in giù spiegano i cartellini di gara molto meglio della lunghezza del drive. Per il golfista amatore questa verità è ancora più pronunciata. Un giro di diciotto buche presenta raramente più di quattordici opportunità di colpire il green in regolazione; il modo in cui si gestisce il lavoro attorno al green determina se un giro da 85 diventa un 80 o scivola verso il 90.
Il gioco corto — chipping, pitching, buca dal rough, bunker shot da greenside — è l'insieme delle abilità che si esercitano entro i cento yard dal green. Non è glamour, non richiede forza fisica straordinaria, ma richiede tocco, immaginazione e una comprensione precisa di come la palla reagisce a velocità diverse su superfici diverse.
Chip e pitch: la differenza che conta
La confusione più comune tra i golfisti amatori riguarda la distinzione tra chip e pitch. Un chip è un colpo a bassa traiettoria che trascorre la maggior parte del tempo a rotolare sul green, simile a un putt lungo. Un pitch viaggia più in alto, atterra più morbidamente e si ferma in meno spazio. Né l'uno né l'altro è superiore: la scelta dipende da quanta green hai a disposizione tra il punto di atterraggio e la buca, dall'erba che circonda il green e dalla pendenza del terreno.
Per il chip la regola pratica dei grandi istruttori — da Phil Ritson a Dave Pelz — è quella di usare il ferro più dritto che consenta alla palla di portarsi al di là del rough o del bordo del green e poi correre verso la buca. Un ferro 7 o 8 con un'apertura minima e un movimento di spalla simile a quello del putt produce una traiettoria bassa e controllabile. Il peso dev'essere leggermente sul piede anteriore durante tutto il colpo; il polso sinistro (per un destrorso) non deve cedere all'impatto.
Il pitch richiede più mani. L'utilizzo di un lob wedge o di un sand wedge con una faccia aperta permette di alzare la palla in fretta e di fermarla sul green. La chiave è che l'apertura della faccia deve essere impostata prima di chiudere le mani sull'impugnatura, non dopo. Chiudere la faccia del wedge e poi aprirla con i polsi è la causa principale dei pitch che finiscono a destra del bersaglio.
Il tocco si allena con la distanza, non con la direzione
La maggior parte dei golfisti si concentra sulla direzione quando si allena attorno al green. I grandi istruttori insegnano invece che il controllo della distanza è l'elemento critico: le statistiche PGA Tour mostrano che gli errori di direzione sulle approach shot brevi costano molto meno degli errori di distanza. Un pitch lungo di dieci yard produce quasi sempre bogey o peggio; un pitch corto di cinque yard con la palla ancora sul green lascia aperta la porta al par.
L'allenamento più efficace per sviluppare il controllo della distanza è quello con tre cerchi o tre bastoni a terra a distanze diverse — diciamo 10, 20 e 30 yard — e l'obiettivo di fermare la palla nel cerchio più vicino alla buca usando lo stesso swing con club diversi. Capire come cambia la distanza variando il club piuttosto che la lunghezza del backswing è un principio fondamentale del sistema Pelz e funziona anche per golfisti di tutti i livelli.
Il bunker da greenside: meno paura, più sand
Il bunker da greenside è il colpo che spaventa di più i golfisti amatori, eppure è tecnicamente tra i più perdonanti dell'intero gioco perché non richiede un contatto diretto con la palla. L'obiettivo è quello di far entrare il leading edge del sand wedge nella sabbia circa cinque centimetri dietro la palla e far uscire palla e sabbia insieme.
La posizione è fondamentale: i piedi lavorano nella sabbia per abbassarsi e fornire stabilità, la faccia del wedge è aperta, il peso leggermente sul piede anteriore. Il backswing è più lungo di quanto si pensi necessario perché il club rallenta significativamente nell'impatto con la sabbia. L'errore più comune — colpire troppo vicino alla palla per paura — produce il risultato temuto: la palla resta nel bunker o attraversa il green senza fermarsi.
Gary Player, vincitore di nove major e probabilmente il più grande giocatore da bunker della storia, era solito dire che il bunker da greenside era il suo colpo preferito perché sapeva quasi sempre di poter fermare la palla vicino alla buca. Quella certezza si costruisce con la ripetizione, non con la speranza.
Il gioco corto con erba lunga e rough
Il rough attorno ai green di un campo ben gestito è tra le situazioni più complesse del gioco corto. La quantità di erba tra la faccia del club e la palla — il cosiddetto flyer lie quando il rough è leggero, o il lie sepolto quando è fitto — determina quanto spin si può produrre e quindi quanto la palla si fermerà atterrando.
Da un lie pulito su erba corta si può applicare backspin e fermare la palla in pochi yard dall'atterraggio. Da un lie nel rough fitto, l'erba entra tra club e palla, riduce lo spin a quasi zero e produce una palla che corre molto di più dopo l'atterraggio. La conseguenza pratica è che dal rough si deve fare atterrare la palla prima, più lontano dal pin, per compensare il roll extra. Ignorare questa differenza è uno degli errori più costosi nel gioco corto amatoriale.
L'elemento mentale: visualizzazione prima dell'esecuzione
I migliori giocatori da intorno al green — Seve Ballesteros resta il riferimento assoluto, con la sua capacità di inventare colpi da situazioni impossibili — condividono un elemento tecnico comune: vedono il colpo prima di eseguirlo. Seve descriveva il processo come una serie di immagini: la traiettoria, il punto di atterraggio, il rimbalzo e il roll finale fino alla buca. Solo dopo aver visto il film completo si posizionava e colpiva.
Questa visualizzazione non è misticismo; è psicologia applicata. Il cervello motorio risponde meglio a immagini concrete di un bersaglio che a istruzioni tecniche astratte come 'mantieni il polso sinistro rigido'. Scegliere un punto di atterraggio preciso — non 'vicino al pin' ma un preciso filo d'erba o una macchia sul green — è il modo più efficace per attivare il sistema motorio nella giusta direzione.
Come migliorare in poco tempo
Il rendimento nel gioco corto migliora più rapidamente di qualsiasi altro settore del gioco con una pratica mirata di venti o trenta minuti al giorno. Il campo di allenamento di un buon golf club offre in genere un'area chipping e putting separata dai driving range. Dedicare metà del tempo di allenamento a questa area — e non spendere tutto sul tee dei driver — è la scelta che produce i risultati più immediati sul scorecard.
Un esercizio pratico: portare cinque palline al bordo del green e giocarle tutte dallo stesso punto verso la stessa buca, ogni volta valutando se la scelta di club e di traiettoria era corretta. Poi spostare la posizione e ripetere. Dopo sessanta o settanta palline in questa modalità si comincia a sviluppare un catalogo mentale di situazioni e soluzioni che poi si richiama automaticamente durante il giro.
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La verità difficile
Il gioco corto non si miglora guardando tutorial su internet o leggendo libri: si migliora colpendo migliaia di palline da situazioni diverse con piena attenzione a quello che succede. I professionisti del PGA Tour e del DP World Tour dedicano più tempo alla pratica dentro i cento yard che a qualsiasi altro settore del gioco. La proporzione racconta tutto quello che c'è da sapere sulla gerarchia delle priorità nel golf di alto livello. Per chi gioca a livello amatoriale, adottare anche solo una piccola parte di questa disciplina di allenamento può trasformare un giocatore da 95 in un giocatore da 85 senza cambiare nulla nel backswing.