I par-3 più famosi al mondo
La perfezione di un par-3
Nessun tipo di buca è più puro architettonicamente del par-3. Non c'è bisogno di un drive, non ci sono compromessi sulla posizione: un colpo, il green, la buca. La semplicità dell'obiettivo amplifica ogni variabile — il vento, la pendenza del green, la posizione della bandiera, la distanza esatta, lo stato d'animo del giocatore. I grandi par-3 del mondo sono celebri perché fanno tutto questo con una varietà quasi infinita di mezzi: acqua, bunker, terreno naturale, altezza, distanza.
Visitare i percorsi dove queste buche vivono è un pellegrinaggio che ogni appassionato di golf dovrebbe considerare. Scoprite i percorsi con par-3 memorabili nella vostra zona con la mappa — anche i campi locali nascondono a volte piccoli capolavori di architettura.
Il 17 di TPC Sawgrass: l'island green
Il diciassettesimo buco di TPC Sawgrass, a Ponte Vedra Beach in Florida — sede del THE PLAYERS Championship, spesso chiamato il "quinto Major" — è il par-3 più fotografato e più discusso del golf americano. È un green quasi completamente circondato dall'acqua, con un ponticello di legno sul lato sinistro come unico accesso terrestre. Da circa 130 metri nel torneo professionistico, o da 100 nella versione di tee avanzato, il colpo richiede di puntare a un green di circa 200 metri quadrati con acqua su quasi tutto il perimetro.
Il buco è stato disegnato da Pete Dye nel 1982, e la leggenda vuole che Dye avesse originariamente progettato un normale green con bunker, e che sua moglie Alice — a sua volta architetta di golf di grande talento — lo abbia convinto a isolare il green circondandolo completamente d'acqua. Migliaia di palline finiscono nel lago ogni settimana nelle edizioni pro-am; nei giorni di torneo, il vento del Florida può trasformare un ferro 9 in un'impresa ai limiti del possibile.
Il 12 di Augusta National: l'occhio della tempesta
Il Golden Bell, dodicesimo buco di Augusta National, è un par-3 di soli 155 metri — quasi un pitch — ma è considerato da molti il par-3 più difficile da giocare sotto pressione nel golf mondiale. Il green stretto è protetto da Rae's Creek davanti e da una serie di bunker dietro; la fascia di alberi lungo il Creek crea un tunnel di aria in cui il vento è imprevedibile e spesso in direzione diversa da quello sentito sul tee.
La storia del Masters su questo green è lunga e dolorosa. Tom Weiskopf nel 1980 fece un 13 sul 12 dopo cinque palline nell'acqua. Golden Bell ha distrutto le speranze di decine di leader nel giro del sabato e della domenica. Ogni anno, la prima giornata del Masters porta i telecronisti a rivedere le immagini storiche del 12: è il banco di prova per eccellenza dove l'ambizione si scontra con la prudenza.
Il 7 di Pebble Beach: il par-3 sull'oceano
Il settimo buco di Pebble Beach Golf Links — par-3 di meno di 110 metri — è probabilmente il buco corto più piccolo tra i famosi del mondo, ma quello con la visuale più drammatica. Scende steeply verso un green circondato su tre lati dalla Baia di Carmel. La distanza è ingannevole: il vento che sale dalla baia può trasformare un pitch da 90 metri in un colpo che richiede un ferro 4 o addirittura un ferro 3.
Tom Watson ha descritto questa buca come la sua preferita al mondo. Jack Nicklaus ha più volte menzionato il 7 di Pebble Beach come il simbolo di ciò che rende l'oceano-golf — il golf sul bordo del Pacifico — irriproducibile altrove.
Il 16 di Cypress Point: la firma di MacKenzie
Il sedicesimo buco di Cypress Point Club — un percorso privato sulla stessa penisola di Monterey, California — è un par-3 di circa 235 metri sopra l'Oceano Pacifico. Il tee è su una lingua di roccia; il green è su un'altra lingua di roccia, separata dal mare aperto. Non c'è una rotta di fuga sicura sul lato del fairway. O si porta la palla dall'altra parte o si finisce in mare.
Cypress Point è uno dei club più privati al mondo — non accetta visitatori, e l'accesso richiede un invito da un membro. Alister MacKenzie ha disegnato il percorso nel 1928, e il sedicesimo è universalmente considerato il suo capolavoro. Molti architetti di golf considerano questa buca il singolo par-3 più bello mai costruito.
Il 17 di Royal Birkdale e altri classici dei links
I grandi links britannici offrono par-3 di un tipo completamente diverso: non drammatici per l'acqua o le viste, ma brutali per il vento, il rough, i bumpy fairway e i green incliti a scaricare la palla fuori. Il diciassettesimo di Royal Birkdale, in Lancashire — par-3 di circa 170 metri — è un esempio perfetto: un green stretto che scende lateralmente, bunker profondi su entrambi i lati, e il vento dell'Irish Sea che raramente soffia nella stessa direzione per tutta la settimana dell'Open Championship. Seve Ballesteros ha vinto qui; Tom Watson ha vinto qui; molte delle grandi storie dell'Open hanno avuto un capitolo su questo verde.
Il quattordicesimo di Muirfield — par-3 di circa 180 metri — è un altro classico scozzese: green a guardia di una serie di bunker che sembrano posizionati esattamente dove ogni colpo leggermente corto o laterale deve andare. L'Open Championship di Muirfield nel 2013 ha visto Phil Mickelson giocare due giri finali di 66 colpi, e il 14 era parte integrante del suo ragionamento tattico su ogni round.
Il 3 di Amen Corner ad Augusta: il 13 di par-5 e dintorni
Augusta National ha in realtà due par-3 che meritano attenzione. Il sedicesimo — Redbud, circa 170 metri — è stato teatro di alcuni dei putt più famosi della storia. Nell'edizione del 2005, Tiger Woods ha imbucato un chip dall'alto del green in uno dei momenti più rivisti nella storia del golf: la palla rotola lentamente sul bordo della buca, si ferma per un secondo — come se capisse il peso del momento — e poi scende. Quel colpo era sul sedicesimo, non sul dodicesimo, ma i par-3 di Augusta sono tutti inseparabili dalla mitologia del torneo.
Il carattere di un par-3
Ciò che accomuna tutti questi buchi è una verità semplice: un par-3 rivela il giocatore per quello che è senza possibilità di nascondersi. Non c'è drive su cui scaricare la tensione, non c'è lay-up, non c'è strategia di posizionamento. Solo un colpo, un green, e la coscienza che in quello specifico momento il talento tecnico e il carattere agonistico sono la stessa cosa.